A febbraio 2007 HubSpot mette online Website Grader, uno strumento gratuito che dà un voto a un sito web. Un anno dopo erano stati analizzati 250.000 URL, secondo il comunicato dell’azienda, che ammette di aver investito pochissimo in marketing per promuoverlo. Lo strumento doveva portare traffico e lead al software di HubSpot.

Questo meccanismo ha un nome. L’inbound marketing (marketing in entrata) consiste nell’attirare potenziali clienti con contenuti utili (articoli, guide, strumenti) e nel convertirli poi in clienti con una relazione costante, invece di andarli a cercare con la pubblicità o con la prospezione a freddo. Di seguito trovate il metodo, il costo, i limiti e, alla fine, la qualità degli indirizzi raccolti dai vostri moduli, da cui dipende tutto il resto.

Definizione di inbound marketing e origine del termine

HubSpot attribuisce il termine a Brian Halligan, che ha fondato l’azienda con Dharmesh Shah, due studenti del MIT. Questa paternità resta una rivendicazione del marchio: altre fonti la dividono tra i due fondatori. Alcuni testi online citano Seth Godin, ma nulla sostiene questa versione. Godin ha teorizzato il permission marketing, un approccio affine basato sul consenso preventivo del destinatario.

La data di nascita del termine è meno chiara. Nel suo racconto ufficiale HubSpot colloca nel 2004 la constatazione di un cambiamento nel modo di acquistare e nel 2006 la fondazione dell’azienda «per aiutare le imprese a crescere grazie all’inbound marketing». Non è stata consultata alcuna prima occorrenza datata della parola: meglio scrivere «tra il 2004 e il 2006» che fissare un anno.

Inbound e outbound, criterio per criterio

L’outbound marketing riunisce le tecniche in cui è l’azienda a prendere l’iniziativa: pubblicità, cold emailing, telefonate a freddo, fiere. L’inbound inverte la direzione del primo contatto. Sei criteri bastano per scegliere; il confronto completo tra i due approcci ha un suo articolo.

Inbound marketing e outbound marketing: confronto per criterio
Criterio Inbound Outbound
Chi avvia il contatto Il potenziale cliente, dopo aver trovato un contenuto L’azienda, con pubblicità o prospezione
Canali tipici Blog, SEO, guide, strumenti gratuiti, newsletter Annunci, cold email, telefono, fiere
Tempo prima dei primi lead Diversi mesi (il posizionamento si costruisce) Pochi giorni dal lancio della campagna
Effetto dello stop alla spesa I contenuti continuano ad attirare traffico I contatti si fermano con il budget
Costo per lead Inferiore del 62% rispetto all’outbound secondo l’indagine HubSpot 2011 Riferimento della stessa indagine
Quadro legale della raccolta Consenso raccolto tramite modulo Dipende dal target: B2C o B2B

Il dato del 62% arriva da una fonte che ha interesse a pubblicarlo. HubSpot lo ha ricavato dalla sua indagine State of Inbound Marketing 2011, condotta su 644 professionisti. Le edizioni precedenti indicavano il 61% (2009) e il 60% (2010). Il risultato è costante da un anno all’altro, ma resta dichiarativo: l’indagine è opera di un fornitore di strumenti inbound e si basa sulle risposte di professionisti che conoscono la strategia di marketing della propria azienda.

I due approcci non si escludono. Si parla talvolta di allbound per una strategia che li combina: un contenuto attira, un commerciale ricontatta i lead più avanzati.

Il metodo in quattro fasi

Il metodo classico distingue quattro momenti: attirare, convertire, concludere, fidelizzare.

Attirare

Tutto parte da un buyer persona: senza, si scrive per nessuno. Le ricerche di questo persona dettano gli argomenti del blog. Il posizionamento sui motori di ricerca (SEO) li rende trovabili. Un contenuto ben costruito conta quanto la sua posizione.

Convertire

Un visitatore diventa lead quando lascia i suoi recapiti in cambio di un contenuto premium (lead magnet): guida PDF, modello di file, calcolatore, webinar. Lo si propone con una call to action (CTA) che porta a una landing page dotata di un modulo breve. Il tasso di conversione di questa pagina (visitatori diventati lead diviso visitatori) è il primo numero da tenere d’occhio.

Concludere

Un lead raramente compra il giorno del download. Il lead nurturing lo accompagna con una sequenza di e-mail adatte alla sua situazione. Il lead scoring assegna punti in base alle sue azioni (pagina dei prezzi consultata, demo richiesta) per segnalare al commerciale il momento di chiamare. Il tutto poggia su un CRM, che centralizza la storia di ogni contatto. Di solito è uno strumento di marketing automation a far partire gli invii. La segmentazione della base decide la pertinenza di ogni messaggio.

Fidelizzare

Dopo la vendita la relazione prosegue con la newsletter e i sondaggi di soddisfazione.

Per i dettagli sulla raccolta di contatti (moduli, offerte, pagine di acquisizione), un articolo a parte tratta della generazione di lead con l’inbound marketing.

Website Grader, lo strumento gratuito di HubSpot

Dharmesh Shah ha sviluppato la prima versione di Website Grader, lanciato nel febbraio 2007: il visitatore inserisce l’indirizzo del proprio sito e lo strumento restituisce un voto basato, tra l’altro, su traffico e motori di ricerca. Brian Halligan lo descrive come l’idea di alcune persone del MIT riunite per fondare HubSpot. L’azienda lo vede come un modo per generare buzz e lead per il proprio software.

Il bilancio comunicato all’epoca: 250.000 URL analizzati in un anno, con pochissima promozione. L’azienda non quantifica i lead ottenuti, quindi la quota di traffico guadagnato non è verificabile dall’esterno.

Nell’indagine HubSpot 2011 già citata, il 57% delle aziende che tenevano un blog dichiarava di aver acquisito clienti grazie a lead arrivati direttamente dal blog. Stessa riserva di prima: quel 57% resta dichiarativo.

Indicatori da seguire e calcolo del costo per lead

Il costo di un programma inbound si compone del tempo di scrittura, del costo degli strumenti (CRM, automation, hosting) e, spesso, di un’agenzia. Non esiste una tariffa universale; si misura il rapporto tra questo budget e ciò che rende. Bastano cinque indicatori:

  • il traffico organico sulle pagine mirate;
  • il tasso di conversione da visitatore a lead, poi da lead a cliente;
  • il costo per lead: budget totale del periodo diviso per il numero di lead ottenuti;
  • il costo di acquisizione cliente, che rapporta lo stesso budget alle sole vendite concluse;
  • la durata del ciclo tra il primo contatto e la vendita.

Un esempio di calcolo, puramente illustrativo: 3.000 € di budget mensile (tempo interno incluso) per 60 lead fanno 50 € a lead; se 3 lead diventano clienti, il costo di acquisizione sale a 1.000 €. Queste due cifre hanno valore solo se confrontate con il margine di un cliente e con il costo degli altri canali, da cui l’utilità di leggere questo metodo insieme agli altri canali di acquisizione del traffico.

Visite che durano, risultati che tardano

Un articolo pubblicato continua a generare visite per mesi senza nuove spese. È il vantaggio strutturale dell’inbound.

I limiti pesano altrettanto. Prima di tutto i tempi: i primi risultati della SEO richiedono diversi mesi e nessuna durata è garantita, perché dipende dalla concorrenza sulle ricerche mirate. Poi la regolarità, perché un blog abbandonato troppo presto è costato senza rendere nulla. Infine l’attribuzione: collegare una vendita all’articolo letto mesi prima richiede un CRM compilato correttamente. In un mercato di nicchia, inoltre, il volume di ricerca può limitare il numero di lead possibili.

La lista raccolta decide il seguito

Le fasi «concludere» e «fidelizzare» passano quasi sempre dall’e-mail. Ma la lista si costruisce con moduli, cioè con inserimenti manuali: errori di battitura (gmial.com), indirizzi usa e getta creati per ottenere la guida, indirizzi aziendali scomparsi dopo qualche mese. Ognuno rischia di rimbalzare all’invio (hard bounce). La sequenza di nurturing, pensata per durare, parte così con una reputazione del mittente già incrinata.

I provider di posta monitorano questi segnali. Le regole di Gmail per i mittenti, in vigore dal 1° febbraio 2024, impongono di mantenere il tasso di spam segnalato in Postmaster Tools sotto lo 0,3% (linee guida di Google per l’invio). Una base pulita si prepara prima del primo invio.

Il double opt-in (un’e-mail di conferma che il contatto deve convalidare) risolve in parte il problema: prova il consenso ed elimina gli indirizzi digitati male. Sul fronte legale, la scheda della CNIL (il garante francese, scheda disponibile solo in francese) datata 10 giugno 2026 richiede per i privati un consenso preventivo (libero, specifico, informato, inequivocabile), senza casella preselezionata. Per il B2B raccomanda di raccogliere il diritto di opposizione con una casella da spuntare. Far verificare un campione della base nata dai vostri moduli prima della prima sequenza vi dà la percentuale di indirizzi non validi del vostro pubblico, invece di scoprirla nei report dei rimbalzi.

Domande frequenti

Quanto costa una strategia di inbound marketing?

Il budget dipende dalla frequenza di pubblicazione, dagli strumenti (CRM, automation) e dal ricorso a un’agenzia. Il calcolo utile è il costo per lead e poi il costo di acquisizione cliente, confrontati con quelli degli altri canali; il 62% di HubSpot resta un ordine di grandezza da verificare sui vostri numeri.

In quanto tempo si ottengono risultati?

Servono diversi mesi prima che i contenuti si posizionino e che il traffico si trasformi in lead. Nessun tempo può essere promesso: varia in base alla concorrenza sulle parole chiave e alla regolarità di pubblicazione.

Che differenza c’è con il content marketing?

Il content marketing produce e diffonde contenuti. L’inbound li usa come motore di attrazione, poi aggiunge la conversione (moduli, landing page), il monitoraggio dei contatti in un CRM e infine il nurturing.

L’inbound marketing è ancora attuale?

HubSpot, che ha reso popolare il termine, scrive nella sua pagina di presentazione che la crescita non segue più una linea retta ma cicli dinamici. L’azienda propone ora un metodo in quattro fasi chiamato Loop Marketing per l’era dell’IA. La creazione di contenuti, blog compreso, resta presentata come essenziale.

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Nicolas Forni
Author

Fondatore di Captain Verify, lavoro sulla verifica di email e numeri di cellulare dal 2015. In questo blog scrivo di deliverability, igiene dei database di contatti, regole dei provider di posta e SMS marketing. Articoli concreti, pensati per i team marketing che inviano ogni settimana.